Perché ho deciso…

Dopo un’estate secca la prima pioggia di quella sera di settembre cadeva leggera sulle campagne, sulle auto, sull’autostrada. Guidava felice e rilassato, mani ben salde sul volante. In quel tratto l’autostrada, dopo un lungo rettilineo in discesa, sfiorava ancora le colline che poco prima aveva attraversato in una serie infinita di curve e controcurve. Conosceva la strada a memoria … leggera curva a sinistra, piccolo rettilineo, ancora a sinistra, un breve tunnel, leggera curva a destra e poi via, sul lungo rettilineo che lo avrebbe portato in pianura verso casa.

Davanti a lui un tir. Si preparò a sorpassarlo prima della curva ma senza accelerare più di tanto. Aveva quasi completato il sorpasso quando, sulla curva che appariva, vide una grossa berlina di traverso con due figure che, al centro della strada, si sbracciavano. Sfiorò delicatamente il pedale del freno ma, in quello stesso istante il conducente del tir stava cercando di evitare l’incidente. Tutto avvenne al rallentatore, la motrice del grosso mezzo si mise di traverso puntando con il muso verso la scarpata, il rimorchio colpì la coda della sua auto che carambolò sull’asfalto terminando la sua folle danza contro la berlina. Il suo ultimo ricordo il dolore lancinante al collo, poi una nebbia ovattata riempita di luci blu, voci concitate, rumori assordanti, suoni di sirene.

Si risvegliò in un letto di ospedale. Un’infermiera trafficava con gli aghi che, dai flebo, gli entravano nelle braccia. Distanti, ai piedi del letto, i volti preoccupati dei suoi fratelli che circondavano sua madre, terrea. Stava morendo? Poi la voce maschile, seria, impostata ma tranquillizzante di un anziano signore che diceva: “Tranquilla signora. Per spezzare quel collo da rugbista non basta un solo tir”. Sua madre si avvicinò al letto, il viso ancora tirato dall’angoscia e gli sfiorò la fronte con un bacio. “Sai quando mi hanno telefonato e mi hanno detto ‘Suo figlio ha avuto un incidente’, io ho chiesto solo quale”.

Nei due giorni successivi quelle parole, quei volti angosciati, gli tornarono in mente molte volte. Parenti che aspettavano risposte sulla vita o sulla morte di un parente e che si sentono fare domande che in quel momento ritengono assurde. Tornato a casa, sedette alla sua Olivetti Lettera Trentadue e, di getto, preparò un foglio con le istruzioni in caso di emergenza. Le ultime parole erano: “… dispongo altresì che, se possibile, i miei organi, tessuti e cellule siano donati a scopo di trapianto terapeutico”. Aveva deciso. I suoi organi, se il fato lo permetteva, non sarebbero finiti in un bidone, ma avrebbero aiutato altre persone. Avrebbe sollevato i suoi parenti dall’angoscia della decisione.

Please follow and like us:
error